Prime pagine · Prologo

La Linea Bianca

Oslo, 1997

Estratto dall’edizione italiana. Il testo termina in un punto scelto e non coincide con la fine del Prologo.

L’autunno del 1997 non aveva nessuna grazia a Oslo. La pioggia non cadeva: restava sospesa nell’aria, come un procedimento già avviato e ancora non formalizzato. Eirik Halvorsen guardava il fascicolo aperto sul tavolo dell’ufficio di revisione del Ministero degli Esteri e aveva la sensazione precisa che qualcuno, prima di lui, avesse già deciso che cosa dovesse significare.

Eirik Halvorsen, in quei mesi, aveva preso l’abitudine di controllare due volte i propri appunti prima di archiviarli. Non per scrupolo professionale: perché aveva notato, da settimane, che alcune righe sembravano cambiare leggermente posizione tra una lettura e l’altra. Non parole — la calligrafia restava la sua, le frasi restavano sue — ma l’ordine in cui certi elementi comparivano nella pagina aveva una tendenza a slittare di mezzo rigo, come se il foglio avesse una propria gravità interna che non corrispondeva a quella del tavolo. Lo aveva attribuito alla stanchezza, all’illuminazione dell’ufficio, alla qualità della carta. Era una di quelle anomalie che, da sole, non bastano mai a giustificare una decisione e che, accumulate, finiscono per definire un periodo della vita. Eirik non sapeva di stare entrando in quel periodo. Lo avrebbe capito molto dopo, troppo tardi per cambiarne la direzione.

Gunnar Celian.

Eirik voltò la pagina successiva e trovò il ritaglio che tutti fingevano di non ricordare più. La madre e il padre di Gunnar davanti al tribunale. Lei con il cappotto allacciato male, lui con il collo così rigido da non essere più dignità. Intorno, flash, microfoni, due donne con cartelli sulle sette sataniche, un predicatore luterano deciso a sembrare cattolico nel fanatismo, un uomo che urlava omicidio e un altro che chiedeva pena esemplare senza sapere quale. Nessuno, nelle fotografie, sembrava realmente interessato al ragazzo scomparso. Cercavano una forma accettabile del male.

Poi storia nazionale.

Il padre, Arne Celian, si era impiccato tre mesi dopo il rigetto dell’appello. La madre, Solveig, era stata trovata morta un anno più tardi in una casa in affitto sulla costa meridionale. Farmaci e alcool, secondo il referto; suicidio probabile, secondo la procura. Eirik si soffermò sulla differenza tra un suicidio probabile e un suicidio utile, e su quanto comodo fosse confondere i due.

Fonte consolare peruviana, appunto non sviluppato: tracce locali collocherebbero il minore in area montana di Santa Teresa, Cusco, nel periodo successivo alla sparizione, senza alcuna catena di viaggio verificabile fra la Norvegia e il Perù. Verifica non eseguita. Nota priva di seguito.

Alzò gli occhi verso la finestra appannata. Dall’altra parte, il parcheggio del Ministero sembrava una mensola di macchine grigie messe in fila per non pensare. Nel corridoio, qualcuno rideva troppo forte. L’ufficio revisione era pieno di casi che nessuno voleva toccare davvero. Lui ci stava bene per questo: era il posto in cui i superiori mandavano quelli capaci di tenere una linea e abbastanza compromessi da non meritare più la piena fiducia.

Nel fascicolo disciplinare non c’era scritto che la testimone del vecchio caso aveva diciannove anni, un labbro spaccato e la faccia di chi aveva già imparato a chiedere scusa per tutto. Non c’era scritto che Eirik l’aveva tenuta in stanza troppo a lungo, insistendo sulla sequenza dei minuti finché la ragazza non aveva smesso di distinguere fra memoria e sollievo. Non c’era scritto che lui, uscito dal verbale con un avanzamento, aveva poi cominciato a sentire la propria voce come uno strumento che lasciava lividi senza usare le mani.

Eirik richiuse il fascicolo, poi lo riaprì subito. Una vita adulta, ormai, era soprattutto questo: accorgersi quando un caso voleva davvero essere lasciato morto.

La condanna dei Celian non si reggeva su una prova piena. Si reggeva su una serie di mancanze ordinate così bene da sembrare struttura. Il resto l’avevano fatto i ritagli: gruppi anti-sette, opinionisti, moralisti, televisioni del pomeriggio. Per distruggere qualcuno non era servita una verità completa: era bastata una colpa abbastanza presentabile da chiudere il discorso.

Eirik non leggeva per salvarli. Leggeva per trovare il punto in cui la colpa era stata resa spendibile. Da anni teneva due versioni di ogni fascicolo: quella che consegnava e quella che gli impediva di dormire. Il caso Gunnar gli era entrato addosso perché aveva proprio quell’odore: un abuso a cui qualcuno aveva limato gli spigoli finché era sembrato metodo.

Kjell Breivik aveva l’aspetto di un uomo che si è abituato a considerare il disastro un problema di archivio. L’ufficio era troppo caldo, la giacca troppo cara, e aveva le mani di chi non ne sporca mai nessuna.

«Ha preso il Celian.»

Breivik non gli offrì di sedersi. Le conversazioni importanti si svolgevano spesso in piedi, come gli interrogatori e gli avvisi di fine carriera.

«Chiuso. O così lo davo io.» Eirik tenne gli occhi sul fascicolo. Breivik avrebbe dovuto nominare la riapertura, se voleva usarla.

«Lo era. Poi qualcuno ha riesumato quella nota consolare e adesso la commissione di revisione pretende un’analisi preliminare. Lei farà un rapporto breve. Una: conferma della sentenza. Due: incongruenza amministrativa senza effetti. Tre: margine per approfondimento estero.»

Breivik si concesse quasi un sorriso. «Non mi interessa ciò che voglio io. Mi interessa ciò che può reggere fra Oslo, Lima e Washington senza farci sembrare ridicoli.»

Eirik infilò le mani nelle tasche del cappotto. «I genitori sono morti. Non è un dettaglio da poco.»

Breivik lo fissò a lungo, con lo sguardo che si riserva a un uomo diventato un rischio per ostinazione più che per errore.

«Non faccia il poeta. Prenda il fascicolo, si faccia un’idea e mi dica quanto deve essere corto il nostro imbarazzo.»

Breivik non aggiunse una parola, ma non ce n’era bisogno. Il ministero gli stava offrendo una forma elegante di espiazione: prendere in mano un caso già avvelenato e decidere se bastasse ancora a restare morto. Se avesse scritto la relazione giusta, sarebbe rimasto invisibile. Se avesse trovato davvero qualcosa, nessuno gli avrebbe mai perdonato di aver costretto il palazzo a guardarlo in faccia.

Eirik uscì dall’ufficio con la cartellina sotto il braccio e una sensazione che conosceva bene: il caso era già vivo tanto da far paura al posto giusto.